AI al lavoro

Addio al design: i siti diventeranno pagine vuote

L'intelligenza artificiale cambia il modo in cui cerchiamo informazioni mentre elimina l'esperienza estetica del web. Per questo secondo me sostituiremo i siti web con vuoti campi di testo, purtroppo.

Vi ricordate quando aspettavamo i risultati dell’Awwwards come si aspetta Sanremo? Io sovente mi fermavo davanti a ogni homepage come davanti a un quadro al museo. Non era solo curiosità professionale, era il piacere di vedere qualcosa di bello. Layout che ti facevano dimenticare di essere su una pagina web, animazioni che sembravano coreografie, scelte tipografiche che da sole raccontavano un brand intero. Era design puro, esperienza visiva, identità. Era una sfida alla tecnica, era sperimentazione per spingere al massimo la tecnologia dell’epoca e a forzarne i limiti.

Ora apro un sito e sempre più spesso mi trovo davanti un chatbot che mi chiede se ho bisogno di aiuto. WhatsApp integra Meta AI, molti siti hanno assistenti che sbucano appena atterri. Non sostituiscono ancora la navigazione tradizionale, ma stanno abituando le persone a un’altra modalità: chiedere invece di cercare, di navigare. E mentre vedo questa abitudine diffondersi, mi chiedo: tra quanto tempo i siti saranno solo pagine bianche con un campo di testo? Fra quanto diremo addio all’ipertesto?

Il design è ancora fondamentale, per fortuna. Una raccolta di statistiche di Digital Silk mostra che il 94% delle prime impressioni su un sito dipende dal suo aspetto visivo e che un utente medio si forma un’opinione in millisecondi. Una porzione significativa degli utenti considera l’estetica tra i motivi principali per cui non torna su una pagina. Ma il rischio è che sempre meno persone vedranno questi design. Chiederanno direttamente all’AI quello che cercano e otterranno una risposta testuale, senza mai atterrare su una homepage, senza mai scorrere una pagina, senza mai vedere un layout. E fra non molto, anche se arrivassero in home page, troverebbero l’ennesimo campo di testo per fare domande, magari su uno sfondo piatto. Non vi ricorda il vecchio Google? Logo, campo di testo, risposte. Solo che non avremo liste di link da cliccare.

Secondo Market.us, poi, il mercato globale dei browser basati su AI vale circa 4,5 miliardi di dollari nel 2024 ed è previsto in crescita fino a 76,8 miliardi entro il 2034. Un’intera industria sta scommettendo sul fatto che il futuro della navigazione non sarà più fatto di click, menu e pagine, ma di domande e risposte. O di navigazione automatica.

È quello che vogliamo? Se il futuro è questo, che senso ha investire ancora in homepage elaborate, in interfacce curate, in esperienze visive complesse? Se l’utente arriva, fa una domanda e se ne va senza mai vedere il resto, perché continuare a costruirlo, questo resto?

Un sito tradizionale è fatto di scelte: colori, font, disposizione degli elementi, gerarchia visiva, ritmo narrativo. Ogni decisione comunica qualcosa. Ogni dettaglio costruisce identità. Un’homepage ben progettata ti fa capire chi sei, cosa fai, come lo fai. È branding visivo, è esperienza, è posizionamento.

Una single question interface è l’esatto opposto: un campo di testo su sfondo neutro. Quasi nessuna personalità, quasi nessuna identità visiva immediata. Tutti tendenzialmente uguali. Tutti ridotti alla stessa scatola vuota in cui digitare una domanda. Come fai a distinguere un brand dall’altro se l’unica cosa che vedi è un cursore lampeggiante? Come comunichi valori, posizionamento, tono di voce attraverso un prompt? Diventa difficile. Stiamo costruendo un futuro in cui l’estetica non conta più, perché l’estetica non si vede più. I siti si trasformano in terminali testuali, in interfacce da riga di comando rivestite di buone intenzioni UX. E lo facciamo in nome dell’efficienza, della velocità, della riduzione degli attriti.

Ma l’attrito non è sempre negativo. A volte l’attrito è ciò che rende un’esperienza memorabile. Cliccare, scorrere, scoprire qualcosa che non stavi cercando, perderti in una navigazione non lineare: tutto questo ha un valore. Non è spreco di tempo, è esperienza. È il motivo per cui alcuni siti restano nella memoria e altri no.

La cultura UX contemporanea ha messo l’eliminazione degli attriti al centro di tutto. Ogni click in meno è una vittoria, ogni secondo risparmiato è un successo. Ma semplificare non significa annullare. Se tutto diventa pura funzione, dove finisce la bellezza? Dove finisce l’identità?

E poi c’è il problema del controllo. Le AI possono inventare informazioni, confondere dati, mescolare fonti. Un’AI che risponde al posto tuo può dire cose che non vuoi associare al tuo brand. Il controllo che dovevamo riconquistare dalle piattaforme esterne rischia di sfuggirci anche dentro casa nostra.

L’attrito progettato crea memoria. Io per esempio sto creando siti interattivi che simulano vecchie interfacce, nascondo easter egg, integro interazioni che obbligano a esplorare. Un po’ per nostalgia, un po’ per resistere. Sono gadget digitali più orientati all’entertainment che al business puro, ma vedo che le persone strabuzzano gli occhi, felici. Non tutti vogliono solo efficienza. Alcuni vogliono ancora “bellezza”.

Tra qualche anno, forse, ci saranno ancora premi per siti web bellissimi, homepage impeccabili, interfacce straordinarie. Ma saranno quasi oggetti da museo, testimonianze di un’epoca in cui il web era ancora uno spazio da esplorare, da guardare, da vivere. Non saranno più strumenti di lavoro, saranno reperti. E noi continueremo a visitarli con nostalgia, come si visitano le riviste cartacee in una biblioteca: belle, curate, relegate.

Avremo imparato a chiedere invece di cercare, a ricevere invece di scoprire. E il web fatto di colori, layout, animazioni e identità visiva sarà diventato un ricordo. La domanda non è se succederà ovunque, ma quanto della bellezza digitale saremo disposti a barattare per qualche secondo risparmiato.

Scritto da

Gabriele Gobbo

Divulgatore

Gabriele Gobbo è divulgatore, consulente e docente. Collabora con istituzioni universitarie, strutture formative e master dedicati alla comunicazione digitale e all’impatto dell’AI nella società. È autore di Digitalogia (cultura digitale) e di Sinfonia Artificiale (Protocollo delle 3C per dirigere l’AI con regia umana). È cofondatore e Vicepresidente del Digital Security Festival e conduce il programma televisivo FvgTech. Nei suoi interventi sui media e durante le conferenze analizza metodi, rischi e processi decisionali per mantenere l’essere umano al centro della tecnologia.

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