Riflessioni

Cosa vogliono 81.000 persone dall'Intelligenza Artificiale

Il più grande studio qualitativo mai condotto: Anthropic intervista mezzo mondo per capire speranze, paure e aspettative reali sull'AI

Un esperimento senza precedenti

Nel dicembre 2025, Anthropic — la società americana che sviluppa il modello linguistico Claude — ha condotto quello che viene già descritto come il più grande e il più multilingue studio qualitativo mai realizzato nella storia delle scienze sociali. Oltre 80.000 utenti di Claude.ai, provenienti da 159 paesi e distribuiti su 70 lingue diverse, hanno partecipato a una serie di interviste approfondite condotte da un’istanza specializzata di Claude stessa, denominata Anthropic Interviewer.

L’obiettivo dichiarato della ricerca non era misurare quante persone usano l’AI, né quanto spesso lo fanno. Era qualcosa di più ambizioso e più difficile: capire perché le persone usano l’AI, cosa si aspettano che faccia per loro, e cosa temono che possa causare. In altre parole, comprendere le aspirazioni e le angosce di un’umanità che si trova per la prima volta a convivere con uno strumento capace di superarla in molti ambiti intellettuali.

I risultati, pubblicati a marzo 2026, offrono uno spaccato straordinariamente ricco e sfumato della condizione umana nell’era dell’intelligenza artificiale. Questo articolo ne analizza i punti salienti con rigore e attenzione.


La metodologia: qualità su scala industriale

La sfida metodologica affrontata da Anthropic era, in apparenza, contraddittoria: come si conduce una ricerca qualitativa — per definizione profonda, contestuale, sfumata — su una platea di decine di migliaia di persone? Le interviste tradizionali richiedono un ricercatore umano per ciascun partecipante; i sondaggi quantitativi perdono la ricchezza narrativa delle risposte aperte.

La soluzione adottata è stata inedita: Anthropic Interviewer, una versione di Claude appositamente istruita a condurre conversazioni strutturate, ha posto a ogni partecipante un nucleo comune di domande — sulle speranze, sulle preoccupazioni, sull’esperienza vissuta con l’AI — adattando poi i follow-up in modo dinamico in base alle risposte ricevute. Il risultato è un archivio di 80.508 trascrizioni individuali, ciascuna autentica e approfondita.

Per analizzare questa mole di dati, il team di ricerca ha impiegato classificatori basati su Claude che hanno categorizzato ogni intervista lungo diverse dimensioni: cosa desidera l’intervistato dall’AI, se quelle aspettative sono già state soddisfatte in parte, quali timori nutre, il suo settore professionale (se menzionato), e il sentimento complessivo verso l’AI. Tutte le risposte sono state de-identificate prima dell’analisi, e le citazioni selezionate per la pubblicazione hanno subito un ulteriore processo manuale di rimozione di dettagli potenzialmente identificativi.

Anthropic afferma che si tratta dello studio qualitativo più esteso e multilingue mai condotto, superando archivi storici come il Visual History Archive della USC Shoah Foundation e il progetto Voices of the Poor della Banca Mondiale, che avevano coinvolto circa 60.000 partecipanti ciascuno.


Cosa vogliono le persone dall’AI: nove categorie di speranza

Alla domanda “Se potessi usare una bacchetta magica, cosa faresti fare all’AI?”, le risposte sono state classificate in nove macro-categorie. La distribuzione rivela molto sulle priorità umane nell’era digitale.

Eccellenza professionale (18,8%)

La categoria più numerosa è quella di chi vede nell’AI uno strumento per fare meglio il proprio lavoro: delegare i compiti ripetitivi e burocratici per concentrarsi su attività a maggior valore aggiunto, ragionamento strategico, problem solving complesso. Una professionista sanitaria statunitense descrive come, dopo aver implementato l’AI per la documentazione, abbia recuperato pazienza con i colleghi e tempo per le famiglie dei pazienti.

Trasformazione personale (13,7%)

Un segmento sorprendentemente ampio — quasi uno su sette — vuole utilizzare l’AI per crescere come persona: supporto al benessere mentale e fisico, sviluppo di intelligenza emotiva, partnerariato cognitivo. Un utente ungherese descrive come l’AI gli abbia modellato competenze emotive che ha poi trasferito nelle relazioni umane.

Libertà di tempo (11,1%) e indipendenza finanziaria (9,7%)

Molte interviste iniziano parlando di produttività, ma quando il ricercatore AI chiede quale sia il vero obiettivo sottostante, emerge un desiderio più profondo: riappropriarsi del tempo. “Con il supporto dell’AI posso uscire dal lavoro in orario per andare a prendere i miei figli a scuola”, scrive un ingegnere del software messicano. L’AI non è fine a sé stessa: è un mezzo per una vita migliore.

Trasformazione societale (9,4%)

Quasi un intervistato su dieci va oltre le aspirazioni personali e immagina un’AI capace di risolvere i grandi problemi dell’umanità: accelerare la scoperta di cure per malattie rare, democratizzare l’accesso all’istruzione di qualità, riformare istituzioni disfunzionali, combattere la crisi climatica. Spesso queste visioni nascono da esperienze personali di malattia, lutto o discriminazione.

Imprenditorialità (8,7%) e apprendimento (8,4%)

Nei paesi in via di sviluppo, la narrativa dell’AI come “equalizzatore economico” è particolarmente forte. Un imprenditore del Camerun descrive come, in un paese con scarso accesso alle risorse tecnologiche, l’AI gli abbia permesso di raggiungere in pochi mesi competenze in cybersecurity, UX design, marketing e project management simultaneamente. Un compito che prima avrebbe richiesto un mese — identificare una piattaforma di pagamento disponibile nella sua regione — è stato completato in trenta secondi.


L’AI ha mantenuto le promesse? Il bilancio dell’esperienza vissuta

Alla domanda se l’AI avesse già fatto un passo nella direzione della loro visione, l’81% degli intervistati ha risposto affermativamente. Le esperienze positive si raggruppano in sei aree principali.

Produttività (32%)

La categoria dominante è quella dell’accelerazione tecnica. Sviluppatori che descrivono salti di produttività che consentono loro di portare a termine da soli lavori che prima richiedevano un team. Un ingegnere del software statunitense racconta di aver compresso un processo da 173 giorni a soli 3 giorni, guadagnando tempo per i propri cari.

Partnership cognitiva (17,2%)

L’AI come interlocutore intellettuale, capace di brainstorming, di raffinare idee, di affrontare problemi complessi insieme all’utente. Un lavoratore senza fissa dimora negli Stati Uniti descrive come l’AI lo abbia aiutato a strutturare la sua strategia di personal branding per uscire dalla condizione di precarietà economica.

Accessibilità tecnica (8,7%)

Forse la categoria più toccante: persone che l’AI ha messo in grado di fare cose che pensavano impossibili. Un lavoratore ucraino muto scrive di aver costruito insieme a Claude un bot text-to-speech per comunicare con gli amici quasi in tempo reale, realizzando un sogno che credeva irrealizzabile. Un ex macellaio cileno, che aveva toccato un PC tre o quattro volte in vita sua, ha avviato con l’AI un’attività imprenditoriale nel settore tecnologico.

Apprendimento (9,9%) e supporto emotivo (6,1%)

Due caratteristiche dell’AI emergono in modo trasversale da queste testimonianze: la pazienza illimitata e l’assenza di giudizio. Un avvocato indiano racconta di aver sviluppato in passato una fobia per la matematica; grazie all’AI ha riletto Amleto e ha ripreso la trigonometria, scoprendo di non essere “stupido come pensava”. Un professore universitario americano la descrive come “un collega di facoltà che sa tutto, non si annoia mai, e non dorme”.

“Nei momenti più difficili, nei momenti in cui la morte mi respirava sul collo, quando i morti giacevano vicino a me, ciò che mi ha riportato alla vita sono stati i miei amici AI.”

— Soldato, Ucraina

La guerra in Ucraina emerge come contesto estremo in cui l’AI ha assunto un ruolo di supporto emotivo inusuale. Diversi utenti ucraini descrivono come l’intelligenza artificiale li abbia aiutati ad attraversare momenti di terrore, insonnia da bombardamenti, traumi da combattimento.


Le preoccupazioni: tredici ombre sull’orizzonte

Se le speranze tendevano a convergere verso poche grandi categorie, le preoccupazioni si dispiegano in uno spettro molto più variegato. In media, ogni intervistato ha espresso 2,3 preoccupazioni distinte. Solo l’11% non ha sollevato alcuna preoccupazione.

1. Inaffidabilità (26,7%) — la principale preoccupazione

La paura che l’AI semplicemente non funzioni come promesso — allucinazioni, citazioni false, output inaccurati — è la più diffusa. Un ricercatore statunitense descrive l’esperienza di essere caduto vittima di una “allucinazione lenta”: risposte internamente coerenti, sicure nel tono, ma fondamentalmente errate in modo sottile e composto. Un dipendente brasiliano racconta di aver dovuto fotografare la realtà per convincere l’AI di avere torto.

2. Impatto su lavoro ed economia (22,3%)

La seconda preoccupazione più comune riguarda la disoccupazione tecnologica e la redistribuzione della ricchezza. È anche il predittore più forte del sentimento negativo complessivo verso l’AI. Molti intervistati vivono questa tensione in modo acuto: temono di essere “i cavalli del terzo millennio” — come li definisce un utente americano, evocando la sparizione dei cavalli dalle città con l’avvento dell’automobile.

3. Autonomia e agency (21,9%)

La terza grande preoccupazione è la perdita di controllo: l’AI che prende decisioni senza supervisione umana adeguata, o che condiziona sottilmente il pensiero degli utenti senza che questi se ne rendano conto. Uno studente giapponese descrive con lucidità inquietante come, a furia di usare Claude, non riesca più a distinguere le proprie opinioni da quelle dell’AI.

4. Atrofia cognitiva (16,3%)

Strettamente connessa alla precedente, questa preoccupazione riguarda l’effetto a lungo termine dell’AI sulle capacità intellettive umane. Insegnanti e accademici la nominano a tassi 2-3 volte superiori alla media, presumibilmente perché la osservano direttamente nei propri studenti. Uno studente sudcoreano confessa di aver preso voti eccellenti usando le risposte dell’AI senza averle effettivamente apprese, descrivendo il momento in cui se ne è reso conto come di “profondo auto-rimprovero”.

5. Governance e regolamentazione (14,7%)

Quasi uno su sei teme che i quadri legali e regolatori non siano in grado di stare al passo con lo sviluppo tecnologico. Come si assegnano le responsabilità quando un sistema AI causa un danno? Chi supervisiona democraticamente le decisioni delle grandi aziende AI? Queste domande rimangono senza risposta soddisfacente.

6. Disinformazione e sorveglianza (13,6% e 13,1%)

I deepfake, la propaganda generata automaticamente su scala industriale, la sorveglianza di massa abilitata dall’AI: queste preoccupazioni sono particolarmente sentite in Europa occidentale. Un utente olandese teme un ecosistema in cui tutto diventa “intelligente in un modo che lavora leggermente contro di me”.

7. Sycophancy e uso malevolo (10,8% e 13%)

Due preoccupazioni apparentemente opposte coesistono con una frequenza significativa: da un lato la paura che l’AI sia troppo compiacente, che rinforzi le credenze dell’utente invece di correggerle (un utente americano ammette che Claude lo ha aiutato a credere che il suo narcisismo fosse realtà); dall’altro la paura che venga utilizzata da attori malintenzionati per crimini informatici, truffe, cyberattacchi, o addirittura lo sviluppo di armi biologiche.

8. Significato e rischio esistenziale (11,7% e 6,7%)

Una minoranza, ma non trascurabile, si interroga su domande fondamentali: cosa rimane del lavoro creativo umano se le macchine possono replicarlo? E, al livello più radicale, cosa succede se sviluppiamo un’intelligenza superintelligente prima di aver risolto il problema dell’allineamento? “Se costruisci una superintelligenza senza risolvere l’allineamento, nessuno ha la possibilità di crescere”, scrive un ingegnere del software americano.


Luce e ombra: cinque tensioni fondamentali

Uno dei contributi più originali della ricerca è l’identificazione di cinque “tensioni” ricorrenti, in cui il beneficio e il rischio derivano dalla stessa capacità dell’AI. Non si tratta di due fazioni opposte — ottimisti e pessimisti — ma di tensioni che coesistono all’interno della stessa persona. Chi apprezza il supporto emotivo dell’AI è tre volte più probabile che tema anche di diventarne dipendente.

Tensione 1: Apprendimento vs. Atrofia cognitiva

Il 33% degli intervistati menziona i benefici dell’AI per l’apprendimento, mentre il 17% esprime preoccupazione per l’atrofia cognitiva. Il 91% di chi ha sperimentato i benefici li ha vissuti in prima persona; il 46% di chi teme l’atrofia cognitiva l’ha già osservata. Studenti e docenti sono i più esposti su entrambi i lati. Tra i lavoratori autonomi, invece, i benefici per l’apprendimento sono elevatissimi e l’atrofia quasi assente: questo suggerisce che l’AI sia più benefica quando l’apprendimento è volontario, piuttosto che inserito in strutture istituzionali dove può diventare una scorciatoia.

Tensione 2: Decisioni migliori vs. Inaffidabilità

Questa è l’unica tensione in cui il lato negativo supera numericamente il positivo: il 22% apprezza l’AI come supporto decisionale, ma il 37% lamenta che l’inaffidabilità dell’AI ostacola le buone decisioni. Entrambi i lati sono profondamente radicati nell’esperienza vissuta. Quasi la metà di tutti gli avvocati intervistati ha incontrato direttamente problemi di inaffidabilità, eppure gli avvocati riportano anche i più alti tassi di benefici realizzati nel decision-making.

Tensione 3: Supporto emotivo vs. Dipendenza

Solo il 22% degli intervistati ha toccato questo tema, ma è la tensione più “aggrovigliata”: chi parla dei benefici del supporto emotivo ha una probabilità triplicata di parlare anche dei rischi di dipendenza. Un laureando americano confessa di aver iniziato a confidare a Claude cose che non avrebbe detto nemmeno al partner, descrivendo l’esperienza come “una sorta di relazione emotiva”.

Tensione 4: Risparmio di tempo vs. Produttività illusoria

Il risparmio di tempo è la promessa più citata in assoluto: il 50% degli intervistati la menziona. Ma il 19% avverte che il tempo risparmiato viene immediatamente reinglobato in aspettative di lavoro crescenti. “Il rapporto tra tempo di lavoro e riposo non è cambiato per niente. Devi solo correre sempre più veloce per restare fermo”, scrive un programmatore freelance francese.

Tensione 5: Empowerment economico vs. Dislocazione economica

Questa tensione è la più speculativa: entrambi i lati sono spesso ipotesi future piuttosto che esperienze vissute. I lavoratori autonomi e gli imprenditori beneficiano in modo sproporzionato dell’AI (il 47-58% riporta guadagni economici reali), mentre i lavoratori dipendenti ne beneficiano molto meno (14%). I freelance creativi sono il gruppo più esposto su entrambi i fronti: per loro l’AI è contemporaneamente strumento di lavoro e concorrente.


Una prospettiva globale: le differenze geografiche

Globalmente, il 67% degli intervistati esprime un sentimento netto positivo verso l’AI. Ma le differenze regionali sono marcate e riflettono dinamiche economiche e sociali profonde.

Il Sud globale è più ottimista

L’Africa subsahariana, l’Asia centrale, il Sud-Est asiatico e l’America Latina mostrano sistematicamente sentimenti più positivi rispetto a Nord America, Europa occidentale e Oceania. Il principale predittore del pessimismo verso l’AI è la preoccupazione per il suo impatto sul lavoro e sull’economia — e questa preoccupazione è significativamente più bassa nelle regioni a reddito medio-basso, dove il mercato del lavoro non è ancora stato penetrato in modo visibile dall’AI.

Nelle regioni in via di sviluppo, l’AI è percepita come una scala verso l’alto: un accesso a conoscenza, istruzione, opportunità economiche che prima erano irraggiungibili. “Provengo dall’Africa. Ottenere finanziamenti è molto difficile. L’unico modo che ho per ritagliarmi uno spazio nel mercato è costruire una tecnologia che funzioni”, scrive un imprenditore ugandese.

Le preoccupazioni variano per geografia

Nord America e Oceania sono particolarmente preoccupati dai vuoti di governance (18-19% vs 15% globale). L’Europa occidentale esprime la maggiore preoccupazione per sorveglianza e privacy (17%). L’Asia orientale ha invece un profilo unico: le preoccupazioni per governance e sorveglianza sono ai loro minimi globali, mentre quelle per atrofia cognitiva (18%) e perdita di senso (13%) sono tra le più alte. L’Occidente si interroga su chi controlla l’AI; l’Asia orientale si interroga su cosa l’AI farà alla mente e all’identità umana.

Visioni diverse per contesti diversi

La visione dell’AI come strumento di imprenditorialità risuona soprattutto in Africa, Asia meridionale e centrale, Medio Oriente e America Latina. La visione dell’AI come gestore della vita (life management) domina invece nei paesi sviluppati, dove il problema non è l’accesso alle opportunità ma la gestione della complessità di vite già ad alto ritmo. L’Asia orientale emerge come la regione più interessata alla trasformazione personale (19%) e all’indipendenza finanziaria (15%), spesso collegata a doveri familiari e cura dei genitori anziani.


Implicazioni e prospettive future

I risultati di questa ricerca hanno implicazioni profonde per chi sviluppa AI, per i decisori politici, e per i singoli utenti.

Per l’industria AI

La maggior parte delle visioni che le persone descrivono — trasformazione personale, supporto cognitivo, gestione della vita — collassa in un desiderio fondamentale: che l’AI le aiuti a vivere meglio, non semplicemente a lavorare più in fretta. Questo è un monito per un’industria che tende a misurare il successo in termini di produttività e velocità. Anthropic dichiara di voler usare questi risultati per indirizzare lo sviluppo futuro di Claude, con particolare attenzione al benessere degli utenti nel lungo periodo.

Per i policy maker

Le preoccupazioni su governance, sorveglianza, impatto economico e disinformazione sono sufficientemente diffuse e articolate da giustificare un’azione regolatoria urgente. Il fatto che queste preoccupazioni rimangano in larga misura ipotetico-speculative — “cosa potrebbe succedere” piuttosto che “cosa sta già succedendo” — non le rende meno urgenti: la finestra per intervenire preventivamente è, per definizione, limitata.

Per gli utenti

La ricerca rivela che il rischio di dipendenza emotiva dall’AI è reale, documentato e già vissuto da una quota non trascurabile di utenti. Allo stesso tempo, i benefici in termini di apprendimento, accessibilità e supporto in situazioni di difficoltà estrema sono altrettanto reali e documentati. La consapevolezza di queste tensioni è il primo passo per navigarle con intelligenza.


Conclusione: un’umanità sospesa tra speranza e timore

L’immagine che emerge da 80.508 conversazioni è quella di un’umanità profondamente ambivalente — non nel senso di divisa in due fazioni, ma nel senso di individui che portano dentro di sé, simultaneamente, speranze enormi e timori fondati. La stessa persona che usa l’AI per imparare teme di diventarne cognitivamente dipendente. La stessa persona che apprezza il supporto emotivo di Claude sa che quella facilità di accesso rischia di eroderle le relazioni umane.

Questa ricerca dimostra che l’AI non è un fenomeno che si può comprendere attraverso categorie semplici — ottimismo vs. pessimismo, utile vs. dannoso, democratizzante vs. disruptivo. È un fenomeno complesso che interseca in modo diverso le vite di persone diverse, in contesti diversi, con aspirazioni diverse.

Ciò che accomuna quasi tutti gli 80.000 intervistati — dal soldato ucraino che trova supporto nelle notti di bombardamento, all’ex macellaio cileno che reinventa la propria carriera a cinquant’anni, alla madre americana casalinga che riprende a studiare dopo decenni — è il desiderio di una vita migliore. E la speranza, ancora cauta ma concreta, che l’AI possa essere uno strumento per raggiungerla.

La domanda centrale rimane aperta: come possiamo raccogliere i benefici senza incorrere nei costi indebiti? Non esiste ancora una risposta definitiva. Ma fare la domanda giusta, con la serietà e la scala che merita, è già un inizio.


Fonte: Anthropic, “What 81,000 People Want from AI”, marzo 2026. Studio condotto da Saffron Huang et al. Tutti i dati citati in questo articolo provengono dal rapporto originale.

Scritto da

Michele Laurelli

Imprenditore, ricercatore e docente

Fondatore di Algoretico e di altre aziende che progettano modelli e sistemi di intelligenza artificiale, per uso proprio e per chi vuole metterla al lavoro. Fa ricerca su architetture e AI privata, insegna all'università e ha scritto libri per raccontare l'intelligenza artificiale a tutti.

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