L'internet morta sta diventando realtà
Se metà del traffico web è generato da bot e i contenuti li producono AI in serie, chi lavora con l'intelligenza artificiale ha una sola strada: distinguersi dal rumore.

Il Pew Research Center ha documentato che il 38% delle pagine web esistenti nel 2013 è oggi inaccessibile. I link si decompongono, i contenuti evaporano. Ma il vuoto non resta vuoto: viene riempito da fiumi di testi prodotti in serie da intelligenze artificiali senza supervisione o con scarso interesse a supervisionare. Il Bad Bot Report 2024 di Imperva ha aggiunto il dato che mancava: per la prima volta, il traffico generato da bot (51%) ha superato quello degli esseri umani (49%), che sono così diventati la minoranza nella rete. Rete che abbiamo costruito noi.
La Dead Internet Theory sta diventando la realtà, e chi come me lavora nel mondo dei contenuti ha l’obbligo professionale di domandarsi se sta contribuendo alla morte della rete o fa parte della resistenza silenziosa. Perché se il pubblico non è più umano, per chi stiamo producendo? Per chi facciamo pubblicità? Io preferisco far parte di chi combatte.
Credo che uno dei problemi sia la GEO estrema, e me ne accorgo quando cerco informazioni tecniche o soluzioni a problemi con dispositivi o software per fare cose, trovo decine di articoli tutti uguali, su siti diversi, spesso sui blog delle aziende che vendono la soluzione, mascherati da liste dei “5 migliori modi per” dove ci sono sì molti tool, ma solo il loro ha il link ed è sempre primo o migliore o più veloce. Tralasciando il fatto che la GEO per me è la sempre necessaria SEO con un nome nuovo, stiamo assistendo davvero alla capitolazione della grande promessa di internet: informazioni a portata di click connesse l’una all’altra per una continuità di navigazione e scoperta senza limiti e senza frizione. E so bene che sembra un discorso da vecchio boomer nostalgico.
Il problema della mediocrità impeccabile
La tentazione è forte e ci chiama a voce alta. L’AI genera testi corretti, strutturati, pubblicabili in pochi minuti, ma sono identici a migliaia di altri. Formalmente perfetti, strategicamente banali. È quello che io chiamo Mediocrità Impeccabile: output che non contengono errori ma non contengono nemmeno valore. Nessuna prospettiva troppo originale, nessun taglio davvero riconoscibile, nessuna firma personale. Come sto scrivendo nel mio prossimo volume “Metaprompting Strategico”.
Chi accetta il primo output coerente e lo pubblica sta alimentando il fenomeno che la Dead Internet Theory descrive: contenuti intercambiabili che nessuno legge, scritti per algoritmi che premiano la quantità e indicizzati da crawler a cui non interessa il valore, almeno per ora. È un circolo vizioso: più contenuti generici ci sono, più il rumore cresce, più diventa difficile emergere, più si è tentati di produrre ancora più contenuti per compensare. La via d’uscita secondo me passa dall’usare l’AI in modo diverso.
Qualità radicale: cosa significa davvero
Qualità radicale significa testi che portano una firma, la nostra, che non potrebbero essere stati scritti da nessun altro, che aggiungono qualcosa che prima non c’era. Lunghezza e rifinitura formale sono secondarie. Quello che conta è la differenza tra usare l’AI come una stampante oppure usarla come un panel di aiutanti da dirigere, veri e propri assistenti per non essere noi stessi i “copiaincollatori dell’AI”, per citare Marco Camisani Calzolari.
Nel mio lavoro ho sviluppato un approccio che chiamo Protocollo delle 3C: Compare, Challenge, Curate. Confronto gli output di modelli diversi sullo stesso compito e li faccio sfidare fra loro quando convergono, perché la convergenza può essere automatismo. Ma decido io come farlo, cosa tenere, cosa buttare, cosa riscrivere. Perché il culmine finale del Curate fa la differenza: significa assumersi la responsabilità del risultato. Penso che chi usa l’AI come un oracolo da cui accettare risposte sta delegando la parte più importante del lavoro: il giudizio.
Il contenuto generico risponde a domande che forse nemmeno l’autore si è mai fatto, con informazioni reperibili ovunque. Quello di qualità parte da un angolo specifico, personale, umano, e aggiunge una prospettiva che viene dall’esperienza per prendere posizione. E non sto dicendo di non usare l’intelligenza artificiale.
La scelta di campo
Il web, oltre a riempirsi di spam, popup e X da cliccare, si è riempito di contenuti che nessuno legge per davvero, scritti da AI per essere letti da altre AI. Pensateci: browser potenziati dall’intelligenza artificiale che navigano in automatico pagine generate da altre intelligenze artificiali, agenti che interagiscono con servizi gestiti da altri agenti. Navigatori artificiali che visitano contenuti artificiali in modo artificiale. È una spirale tossica che avvelena i pozzi di chi cerca valore reale.
Chi lavora con l’AI professionalmente può decidere se cavalcare la produzione di massa, sperando che i numeri compensino la mancanza di sostanza, o puntare sulla qualità radicale, accettando che richiede più tempo, più metodo, più responsabilità. E no, non è una scorciatoia, è una scelta di campo.


